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Apr, 2026
Le regole come atto di cura nella relazione educativa di Marco Napoletano
Una delle aspettative più frequenti che madri, padri e insegnanti hanno nei confronti degli esperti è quella di ricevere informazioni su quali siano le risposte “giuste”, le cose infallibili da fare coi minori.
Di fronte alle sfide poste da bambini e adolescenti, l’adulto vorrebbe la tecnica sicura, buona per tutte le occasioni, soprattutto in caso di difficoltà: qual è il modo “giusto” per gestire conflitti e risolvere difficoltà?
Ma questa strada, semplicemente, non esiste, perché il mestiere dell’educatore si fa per tentativi ed errori, dove la parola errore non è sinonimo di sbaglio o di colpa, ma di errare, cioè costruire una strada a mano a mano che la si percorre.
Piuttosto che aspettarsi la risposta definitiva, è opportuno osservare le dinamiche della relazione educativa considerando due principi fondamentali: il codice materno e il codice paterno, due termini che non si riferiscono al genere biologico del genitore, ma a due “colori” o approcci della relazione.
Il codice materno è il polo dell’accoglienza, della cura, del nutrimento e della legittimazione dei bisogni. È lo spazio sicuro in cui il bambino si sente compreso. Il codice paterno è invece il polo della normatività, del limite, dello sprone a uscire dal nido e ad adeguarsi alle regole sociali.
Il genitore competente rinuncia alla pretesa di collocarsi una volta per tutta da una parte o dall’altra, e accetta che il suo mestiere consista nel sapersi spostare lungo il continuum che unisce i due poli, adattandosi costantemente alla situazione, ai bisogni del figlio, ai differenti momenti della sua crescita.
Anche quando affrontiamo il tema delle regole vale lo stesso principio: non esistono regole più “giuste” di altre o un solo modo corretto per gestire le trasgressioni, così come non esiste una sola postura educativa da adottare una volta per tutte.
Per lungo tempo questi due approcci sono stati messi in opposizione, con relative diatribe fra le parti, che invece vanno conciliate e ricomposte.
Dal ’68 in poi, la contestazione del modello patriarcale direttivo e autoritario ha portato a una straordinaria riscoperta del codice materno: ci si è abbassati al livello dei bambini, ascoltando i loro bisogni e creando relazioni a misura del suo sviluppo evolutivo. Tuttavia, questa rivoluzione ha generato un effetto collaterale perché si è rischiato di estremizzare l’approccio fino a demonizzare il concetto stesso di autorità. La regola è stata percepita come un atto illiberale che negasse il diritto del bambino ad esprimere se stesso.
È però fondamentale decostruire i falsi miti sulle regole e restituire al limite il suo profondo valore esistenziale, etico e pedagogico.
La sfida non è quella di tornare all’autoritarismo, ma di ribilanciare i due poli. Un bambino nutrito di sola accoglienza, senza il contenimento del limite, è un bambino esposto a una profonda insicurezza.
Ma perché il limite è così vitale?
Quando un essere umano viene al mondo, passa dal “paradiso terrestre” del grembo materno a un universo caotico e sconosciuto. Dal punto di vista psichico, sperimenta una vera e propria angoscia esistenziale. Ha quindi sommamente bisogno del codice materno, del nutrimento e della cura, ma progressivamente, per scoprire il mondo, necessita anche di contenimento, limiti ed occasioni per interiorizzare i meccanismi di funzionamento della realtà.
Per spiegare questa dinamica si ricorre spesso a una metafora illuminante: se vi svegliaste in una stanza buia completamente sconosciuta, dove non vedete niente, qual è la prima cosa che fareste? Cerchereste di toccare le pareti, di percepire il limite, di rassicurare voi stessi attraverso la percezione di un confine. Sarebbe molto più angosciante se quella stanza non finisse mai, piuttosto che sentirsi in uno spazio ristretto.
Il bambino mappa il mondo e trova sicurezza anche attraverso il limite. Il mito della libertà assoluta in età evolutiva è, appunto, un mito. I ragazzi lasciati senza regole, liberi di autogestirsi, soffrono. Spesso, i comportamenti devianti (come saltare la scuola, isolarsi sul web, compiere furti, ricorrere alle sostanze, eccetera, fino all’autolesionismo e al ritiro sociale) non sono rivendicazioni di libertà, ma disperate richieste di contenimento rivolte a adulti assenti o distratti. Il messaggio sotterraneo è: Fermatemi, dimostratemi che ci siete.
Ecco perché la regola non è soltanto un limite, ma anche un gesto di cura. Se ti lascio fare quello che vuoi, significa che non mi interessi; se ti do un confine e ti aiuto a rispettarlo, vuol dire che a te ci tengo, che mi sto occupando di te.
Ma per sostenere tutto ciò un genitore deve mettere in conto la fatica del proprio ruolo e accettare qualche rinuncia per sé. Non si può sempre avere il “pacchetto completo”: voler essere leader autorevoli ma, al contempo, amici complici e divertenti. Quando si impone una regola, si vorrebbe che il figlio ne comprendesse immediatamente il valore, e magari dimostrasse gratitudine e simpatia nei nostri confronti, ma è bene mantenere il contatto con la realtà e riconoscere che un genitore deve saper sostenere le opposizioni e rinunciare alle gratificazioni. Del resto, se un adolescente rispondesse: “Mamma, capisco il profondo valore del limite che mi hai dato per la mia crescita, riconosco la tua autorevolezza e ti ringrazio per la sanzione alla quale mi sottoponi per il mio bene”, allora dovremmo interpellare piuttosto l’esorcista che l’educatore.
La pedagogia dello sviluppo ci insegna infatti che trasgredire è il “mestiere” fisiologico dell’adolescente. Per compiere il processo di individuazione e separazione, il ragazzo deve “togliersi la pelle” dell’infanzia, testare la tenuta del modello adulto e scontrarsi con esso: tutto ciò avviene anche attraverso la trasgressione alle regole.
Se l’educatore interiorizza questa consapevolezza, cambia la sua postura. Non vive più la trasgressione come un affronto personale o un fallimento, ma la mette in conto. Questo permette di evitare le reazioni “di pancia”, con relative urla e frustrazioni, e di comportarsi di conseguenza in modo fermo ma sereno, accettando la propria temporanea impopolarità.
Sul piano pratico, come si costruisce una regola efficace?
Il primo passo è abbandonare le aspettative implicite. Spesso gli adulti hanno in mente un “figlio ideale” e si aspettano da lui dei comportamenti che non hanno mai chiarito.
Le regole, per funzionare, devono essere invece “fenomenologiche”: concrete, relative al comportamento e non interpretabili. Dire “Voglio che tu sia più rispettoso” è inefficace, perché il rispetto è un valore astratto. Dire “Ci aspettiamo che ti alzi in piedi quando entra l’insegnante” o “Apparecchi la tavola tutti i giorni” traduce quel valore in un’azione riconoscibile ed inequivocabile.
Se poi riteniamo che le regole che abbiamo stabilito e comunicato siano davvero importanti, allora vanno corredate di sanzione, la quale va comunicata in anticipo, insieme alla regola stessa, perché la conseguenza non deve risultare dallo sfogo o dall’esasperazione dell’adulto, bensì da un preciso orientamento educativo.
La sanzione, a sua volta, può essere scelta in una vasta gamma di opzioni e di significati. Esistono le sanzioni punitive, che sottraggono qualcosa al trasgressore, oppure le sanzioni educative che intendono aiutarlo a recuperare il valore della regola.
Questi concetti sono teorizzati brillantemente in un testo di riferimento irrinunciabile quando si parla di regole in educazione: “Genitori in Regola”, di Roberto Gilardi, edito da La Meridiana. Il testo riporta anche una classificazione delle regole tanto semplice quanto illuminante per sapersi orientare efficacemente.
1. Area di prescrizione: è il non negoziabile. Riguarda la regola calata dall’alto che non ammette deroghe, offrendo al bambino un perimetro di assoluta certezza (ad esempio le norme per la sicurezza, l’igiene, il rispetto delle persone, ecc.)
2. Area di discrezione: è lo spazio della mediazione. La regola c’è, ma si può contrattare. In questo territorio si fa esperienza del limite, ma anche della flessibilità e del compromesso (ad es. nel fine settimana si può andare a dormire un po’ più tardi, oppure oggi che c’è in casa l’amichetto si possono fare i compiti eccezionalmente dopo cena).
3. Area di libertà: è l’autonomia totale, concessa ad esempio al ragazzo alle superiori che dimostra di sapersi gestire gli orari per lo studio.
Il segreto di questo modello è la sua dinamicità. Via via che il figlio cresce, una regola può spostarsi da un’area ad un’altra (pensiamo all’orario in si si va a dormire), ma il passaggio può avvenire anche a ritroso: se un adolescente a cui è stata concessa l’Area di Libertà nella gestione dello smartphone dimostra di non sapersi autoregolare, perdendo il controllo dei propri ritmi, l’adulto ha il dovere di intervenire, e la regola torna temporaneamente nell’Area di Prescrizione, con ritiro del telefono in certe fasce orarie e imposizione di un’etero-regolazione, almeno finché serve.
Educare, in definitiva, è un delicato lavoro di calibrazione, ben riassunto da una potente immagine metaforica. Le regole, man mano che i figli crescono, sono un po’ come il vaso per la piantina: quando sono piccoli, il vaso è stretto e prescrittivo; crescendo, il vaso si allarga, concedendo sempre più spazio alle radici. il compito dell’adulto è di curare la piantina ed allargare pazientemente quel vaso, giorno dopo giorno, fino a quando le radici saranno abbastanza forti da poter essere piantate, libere e sicure, nel terreno del mondo.
Ricordando che, così come l’accoglienza, l’ascolto e la comprensione, anche le regole sono, nella relazione educativa, un atto di amore.
Marco Napoletano, educatore, formatore, counsellor

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