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Apr, 2026
Per un po’: quando l’affido fa nascere una famiglia – di Marta Bezzetto
Guardando il film “Per un po’” di Simone Valentini, tratto dal libro “Per un po’, storia di un amore possibile di Niccolò Agliardi, è difficile non pensare a quel processo che in psicologia viene definito transizione alla genitorialità: il percorso attraverso il quale nasce una famiglia.
Nel caso dell’affido, però, questa nascita passa attraverso un equilibrio delicato e un tempo diverso. Niccolò Agliardi, papà affidatario, descrive la famiglia affidataria con parole che ne raccontano perfettamente la natura: “l’affido è una categoria giuridica per classificare persone che avrebbero voglia di dare affetto per sempre, ma accettano di offrirlo soltanto per un po’.”
Se proviamo a semplificare, possiamo descrivere la transizione alla genitorialità come un processo fatto di fasi.
La prima è quella della progettualità e dell’attesa, quando dal desiderio si passa alla decisione concreta. È il momento in cui si immagina il futuro e si comincia a costruirlo. Come racconta Niccolò: “…il desiderio di diventare l’adulto di qualcuno. Uno che senza appartenere a una categoria precisa decide di proteggere e prendersi cura di …”. È una fase carica di aspettative e di timori, legati soprattutto al cambiamento di identità che si sta per vivere: da figli si diventa genitori.
La seconda fase è quella dell’arrivo del bambino, che nella letteratura sulla genitorialità coincide con la nascita e con i primi quaranta giorni di vita: un momento critico in cui l’intero sistema familiare deve riorganizzarsi. Niccolò lo descrive così: “Sono diventato adulto. Mi rendo conto di esserci arrivato con un ritardo quasi imperdonabile, ma sono inesorabilmente diventato grande. Da questo momento qualunque cosa accada, non ci saranno tane dove cercare riparo a ogni segnale di pericolo… io sto facendo sul serio…”
Poi arrivano i cosiddetti primi mille giorni, i primi tre anni che servono a costruire e consolidare l’identità di genitore, ad adattarsi alla nuova relazione, a crescere insieme.
Ed è qui che l’affido pone una domanda diversa.
Perché cosa accade quando quei quaranta giorni, quei mille giorni, quei tre anni non sono garantiti? Quando il tempo della relazione è incerto per sua stessa natura?
La risposta, in fondo, arriva proprio dalla storia di Niccolò e Federico.
Essere genitori, per un tempo o per sempre, significa accettare un limite profondo: sapere che non possiamo vivere al posto di un altro, né scrivere la sua storia. Possiamo accompagnare, sostenere, indicare una direzione.
“Noi, padri e madri per un tempo o per sempre, dobbiamo essere pronti ad arrenderci all’idea che non si può vivere al posto di un altro… Possiamo ‘soltanto’ amare, impegnarci, esserci e infine restituire la responsabilità a chi stiamo accompagnando.”
Alla fine del libro, del film e di questa riflessione rimane quindi una domanda: quanto dura davvero la transizione alla genitorialità nell’affido?
La risposta è forse nella natura stessa dell’affido.
“L’affido, per sua stessa natura, così come la vita e l’amore non ha i margini dell’infinito, ma è solo per un po’. Ma il bene no; quello vero li frega tutti e può durare per sempre.”
E forse è proprio questo il punto: anche se dura “solo per un po’”, l’affido ha la forza di far nascere una famiglia.
Marta Bezzetto, psicologa, psicoterapeuta in formazione; arrivata per un tirocinio di qualche ora, presente ormai da tre anni come volontaria nel sostegno scolastico ai piccoli accolti.